In Vino Veritas

I

di Tommaso Pizzo

L'estetica raffinata che caratterizza la copertina del cd, composta da linee equilibrate e animata da colori classici e rassicuranti, non deve trarre in inganno: "In Vino Veritas" è un disco ruvido, schietto, contraddittorio, su cui è stato lasciato uno strato di grigia caligine suburbana.
Le contraddizioni che emergono sono quelle comuni a molti della nostra generazione che vivono nel Nord benestante e frenetico, intossicati dalle nubi atmosferiche (e anche morali) e intontiti dal troppo che ci circonda e che viene a cercarci insistentemente. Così, intangibili effetti elettronici si sovrappongono alle sonorità più nitide e l'umanità che scaturisce dalla fatica artigianale di creare musica deve confrontarsi con tentativi espressivi artificiosi.
Questo degli "In Vino Veritas" è un album corale: non soltanto perché in alcune tracce più voci cantano in modo solidale (come in "Bevi", manifesto semiserio - goliardicamente sincero - del gruppo), ma soprattutto per l'intento evidente di tutti i membri di non porsi mai al di sopra di una orizzontalità democratica che è condivisione, umiltà, rispetto dei ruoli. "Forse anche per quel po' di ignavia presente in ciascuno", aggiungerebbe Edoardo, uno dei due chitarristi.
A proposito delle voci. Quella del cantante, quando si esibisce in solitudine, non si staglia mai in modo netto dalla musica di fondo, resta mimetizzata, confusa tra i suoni. E, forse proprio per questa sua contiguità con le altre fonti musicali, assimila da esse dei tratti elettrici, tesi, apparendo a volte quasi cavernosa.
A completamento delle melodie portanti delle canzoni, disegnate principalmente dalle chitarre e in alcuni passaggi anche dalle tastiere, gli "In Vino Veritas" hanno saputo trovare e realizzare arrangiamenti assai curati e gradevoli, mai banali o scontati rispetto al mainstream delle tracce.
E' facile leggere in questa prima fatica del gruppo un tentativo lodevole di proporre qualcosa di originale (vedi l'arpeggio iniziale di "Uguale a ieri"), di dimostrare una sensibilità musicale non elementare, provando a spingersi oltre il consueto: ne è prova la volontà reiterata di destrutturare, estendere, manipolare la forma canzone fino a rinnegarne i canoni.
Alcune tracce, che potrebbero essere intese come parentesi di transizione - una transizione che lascia comunque sospesa e in definitiva inappagata ogni percezione di musica reale, e dunque metabolizzabile e possibile da apprezzare - poste come spartiacque tra i brani più significativi dell'album, di fatto risultano all'orecchio dell'ascoltatore medio quasi irrilevanti, fastidiose. Come fossero la traduzione concreta di un bizantinismo intellettualoide mal riuscito.
Quale senso e quale valore sonoro trasmette, ad esempio, l'interminabile e disorientante decima traccia ("harPeggio")? Non bisogna abusare della buona disposizione d'animo e della pazienza di chi ascolta propinandogli 10 minuti di indecifrabile vaghezza, anche perché simili sperimentalismi rischiano di tarpare i pezzi migliori dell'album.
Per queste ragioni l'opera, nel suo complesso, ne esce ridimensionata. Ed è un peccato, perché di spunti musicalmente apprezzabili e godibili (il fatto che "In Vino Veritas" non rappresenti un prodotto propriamente di nicchia è, in questo caso, un elemento positivo) ve ne sono. Ma si tratta pur sempre del primo lavoro di un gruppo giovane, sul cui dorso non è difficile intravedere una faretra carica di frecce che devono essere ancora scoccate.
Il tempo ci rivelerà se questo vino appena sorseggiato saprà affinarsi e diventare più sanziero (permettetemi un sicilianismo) invecchiando.